
Meravigliarsi davanti all’esistenza
Condivisa il 20 ottobre 2026 alle ore 07:11
Visioni
Ripercorrere le peripezie degli antichi Greci per «imparare a pensare». Oggi arriva in libreria il saggio edito dal Mulino
Meravigliarsi davanti all’esistenza
Mauro Bonazzi e la nascita della filosofia: «All’origine c’è la capacità di lasciarsi stupire»
di Mauro Bonazzi Le parole più belle le aveva pronunciate Edmund Husserl, ormai vecchio ma non ancora domo. Nel 1934 le autorità naziste gli avevano proibito di lasciare il Paese per partecipare al convegno internazionale di filosofia a Parigi: la delegazione tedesca era composta esclusivamente da ideologi allineati alle direttive dal partito, per scongiurare il rischio che il vecchio maestro monopolizzasse l’attenzione, venendo accolto con troppi onori. Nel 1935, invece, a Husserl era stato inaspettatamente permesso di andare a Vienna e Praga per tenere delle conferenze. Il successo era stato clamoroso, e non per caso. Il tema era importante: come evidente fin dal titolo, La crisi dell’umanità europea e la filosofia, si trattava di chiarire il senso della crisi europea — una crisi da cui l’Europa sembrava ormai incapace di uscire. Husserl, però, non si piegava al corso degli eventi, convinto com’era che una comprensione adeguata di quello che era l’Europa avrebbe anche indicato un’uscita da quella crisi. E per capire cos’era l’Europa, e la sua tradizione, non restava che ritornare alle origini, a quel gesto inaugurale grazie a cui tutto era cominciato. Non restava che tornare alla filosofia — o meglio, alla filosofia greca, a quella manciata di personaggi «stravaganti» (così li definisce Husserl), che per la prima volta avevano alzato lo sguardo e si erano messi a guardare. Perché è lì che era cominciato un viaggio che ancora procede. Ha una storia lunga la filosofia. E quando si torna alle sue origini, come intendeva fare Husserl e con lui tanti, tantissimi altri, quella che emerge è una situazione più articolata e sorprendente. Chi è il filosofo? Che cosa è la filosofia? Le risposte degli antichi potrebbero sorprendere. Una delle prime attestazioni del termine philosophos compare nelle pagine di Erodoto, quando parla del poeta e politico ateniese Solone: dopo aver riformato le istituzioni della sua città si era messo a viaggiare nel Mediterraneo, guadagnandosi per questo il titolo di philosophos, filosofo: non era in effetti mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere? Eraclito, invece, che i moderni non esitano ad annoverare nella lista dei filosofi più autorevoli, non nascondeva il suo disprezzo per quella parola, rifiutandone sdegnosamente il titolo: sanno tante cose i filosofi, ma non capiscono niente. Per non parlare poi di quello che aveva detto il grande Pericle quando aveva parlato in ricordo dei caduti nel primo anno della guerra contro Sparta: «noi ateniesi», Tucidide gli fa dire, «siamo tutti filosofi». Come è possibile? Che cosa è insomma questa filosofia? Rispondere non è semplice. Ma almeno un punto è chiaro: philosophia o philosophos sono termini ambigui che solo progressivamente, grazie in particolare all’intervento di Platone e Aristotele, sono venuti acquisendo il significato che siamo soliti attribuirgli oggi. L’obiettivo di questo libro non è quello di ripercorrere questa storia, perché l’intenzione non è di scrivere una storia della filosofia antica. Certo, capitolo dopo capitolo, anche questa storia si chiarirà, in tutte le sue articolazioni. Quello che questo libro si propone, però, è piuttosto di seguire i filosofi e i pensatori antichi nelle loro avventurose peripezie, mentre cercano di dare un senso alla realtà che ci circonda e ancora di più a quell’enigma che noi siamo. Intuizioni Gli antichi ci costringono a rimettere in discussione le nostre certezze e priorità. Non è detto che abbiano sempre ragione Perché in fondo a rendere grande il pensiero antico è la profondità e l’originalità delle loro intuizioni, sulla base di un presupposto ben preciso: che la realtà è sempre diversa da quello che appare e che se non impareremo a lasciare da parte le nostre convinzioni o i nostri pregiudizi non riusciremo mai ad apprezzare quello che c’è intorno a noi, e dentro di noi. Il pensiero greco altro non è che questa capacità di lasciarsi stupire, di imparare a meravigliarsi per l’infinita ricchezza dello spettacolo dell’esistenza. Sembra banale, ma non c’è esercizio più impegnativo. Si ripete sempre che gli antichi sono importanti perché è lì che affondano le nostre radici. In parte è così, ovvio. Ma quello che li rende ancora oggi meritevoli di attenzione è il motivo opposto: non perché in loro troviamo conferma per le nostre idee (o per i nostri pregiudizi?), ma perché gli antichi ci costringono a rimettere in discussione le nostre certezze e priorità. Magari non hanno ragione: ma facendoci aprire gli occhi ci fanno guardare meglio, da più prospettive, in modo nuovo e profondo. Mostrandoci le cose sotto una luce diversa ci aiutano a conoscerci meglio, a capire chi siamo e cosa vogliamo. Non è detto che abbiano sempre ragione — vale la pena ripeterlo —, ma con le loro intuizioni e i loro ragionamenti ci costringono in qualche modo a ritornare sui nostri passi, riflettendo sulle nostre convinzioni. Che cosa è veramente la realtà, questo immenso universo che si distende intorno a noi? È possibile individuare una trama che tenga tutto insieme — o viviamo piuttosto in un mondo dominato dal capriccio del caso? Ecco un primo problema, da cui hanno preso le mosse i filosofi più antichi. E la possibilità di una vita felice è qualcosa che dipende da noi — o forse no, perché troppe sono le varianti che sfuggono al nostro controllo? Per rispondere dobbiamo comprendere meglio chi siamo. In fondo, non c’è enigma più grande di noi stessi: chi siamo davvero? Siamo questo nostro corpo che vive e si muove o c’è anche altro e cosa? E dei desideri, delle emozioni e delle passioni che pure si annidano dentro di noi cosa dire? Cosa dire poi di quella forza, a volte oscura e violenta, a volte divina che è l’amore? Sono solo alcune delle domande, molte altre se ne aggiungeranno, che costruiscono il mosaico della filosofia nel mondo antico: ancora resta da parlare della giustizia — se esista o meno, e se esiste perché le comunità umane rischiano sempre di degenerare nel conflitto? — o della possibilità di immaginare mondi alternativi, che non necessariamente vanno concepiti come vie di fughe: a volte non c’è strumento migliore dell’utopia per mettere a fuoco i problemi delle società in cui viviamo. Senza dimenticare la questione tra tutte più spinosa. Siamo animali razionali, dotati di logos, sosteneva Aristotele, dando voce al sentire greco. Ma fino a dove si può spingere questa nostra ragione — davvero è in grado di fare ordine in ciò che ci circonda? Così pensavano gli antichi, e in questo sta la lezione più bella del pensiero greco: nella consapevolezza che non c’è niente di più bello di un’intelligenza capace di meravigliarsi per fare un po’ di ordine nella realtà Tag (1)
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