Salute, digitale, green e AI: in arrivo 158 nuove lauree
Condivisa il 19 luglio 2026 alle ore 13:59
Salute, digitale, green e AI: in arrivo 158 nuove lauree
A caccia di matricole. In attesa dell’ok formale dell’Anvur e del Mur le università lanciano la loro offerta formativa per il 2026/27: accanto a proposte multidisciplinari resistono cultura e arte
Eugenio Bruno
ROMA
Era dai tempi dell’immediato post-Covid che non si vedeva un interesse così accentuato dei rettori italiani per la salute in generale. Tant’è che l’offerta di nuove lauree all’orizzonte per l’area sanitaria supera perfino il green e il digitale che negli ultimi anni avevano fatto sempre il pieno di consensi. A confermarlo è la mappa dei 158 corsi universitari proposti per l’anno accademico 2026/27, che hanno ottenuto nei mesi scorsi il via libera del Consiglio universitario nazionale (Cun) e che sono in attesa dell’ok dell’Anvur e del Mur. Nonostante manchi l’ultimo passaggio formale gli atenei hanno già iniziato a comunicare urbi et orbi le novità dei loro piani di studio. Sperando di intercettare l’interesse degli ultimi indecisi che hanno appena portato a termine la maturità e non ancora pianificato il loro futuro.
Il primo elemento degno di nota è che con i 158 corsi in rampa di lancio il menù di scelte a disposizione degli studenti scavalla quota 5.900 corsi complessivi tra novità, modifiche e aggiornamenti. In questa sede ci soffermiamo solo sulle prime, evidenziando subito un paio di elementi generali.A partire dal fatto che 55 proposte di attivazione riguardano una laurea triennale, 101 una magistrale o a ciclo unico e due una professionalizzante. Oppure che solo in quattro casi l’ateneo patrocinante è telematico e in 22 invece è privato, incluse le quattro lauree del Campus biomedico di Roma, le tre di Humanitas e una a testa di Luiss (Data science e Management), Bocconi (Diritto globale per le organizzazioni, le imprese e le istituzioni) e Cattolica (Psicologia clinica e della salute: dall’ospedale al territorio). Ciò significa che le restanti 132 riguardano un’istituzione statale.
Quanto alle modalità di erogazione prevale quella convenzionale con 130 nuove voci. Appena cinque invece quelle integralmente a distanza, di cui tre nelle telematiche e due (Economia aziendale e management a Cagliari ed Economia aziendale a Milano Statale) nelle università fisiche. Queste ultime monopolizzano anche l’offerta prevalentemente a distanza, con 12 proposte sulle 13 complessive (a cui si aggiunge la sola Ingegneria industriale e dell’innovazione di Mercatorum) e quella mista online/fisica, dove fanno dieci su dieci.
Se ci spostiamo sulle aree di studio più gettonate arriva un primo segnale del ritrovato interesse dei nostri atenei per la salute con ben 152 corsi afferenti le scienze mediche (inclusa l’interclasse in Scienze, tecniche e management dello sport e delle organizzazioni sportive che è condivisa con l’ambito delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche). Per capirci il secondo gruppo più nutrito (Ingegneria industriale e dell’informazione) si ferma a 17 titoli.
Passando alle parole chiave delle nuove lauree la famiglia sanitaria vanta 25 proposte di attivazione. Otto volte si parla espressamente di «salute» e in 13 di sanità, più una doppia Medicina (a Firenze e, in versione Medtech, a Padova) e un altro bis in Veterinaria (alla Federico II di Napoli e alla Link campus). Se nel computo includiamo le 32 nuove Scienze infermieristiche il comparto sanitario stravince con 57 titoli.
A debita distanza si piazza il digitale: pur volendolo intendere nel senso più ampio possibile si ferma a 27 presenze. Di queste, 11 riguardano il digital vero e proprio declinato in tutte le salse (da Digital Minds a Bologna a Gestione e digitalizzazione del patrimonio culturale all’università della Calabria a Strategie per la società digitale: politiche, innovazione e nuove governance a Roma Tre), sei invece Data science o i dati in generali (vedi i Big data per le Scienze economiche su cui scommette Messina) e altre sei l’Ingegneria informatica. Quest’ultima la troviamo due volte a braccetto con l’AI (alle università del Molise e all’Unint di Roma). AI che - considerando anche Filosofia e Intelligenza artificiale a Roma Sapienza, Artificial intelligence and High performance computing technologies a Torino, e IA per il Marketing e la Comunicazione alla Lumsa - compare cinque volte in tutto.
La terza tematica più gettonata è il green con 17 citazioni se includiamo anche verde, sostenibilità (o sustainability che dir si voglia) e ambiente, che spesso intercettano la tendenza multidisciplinare promossa dal Pnrr.
Degna di nota è infine la tenuta della cultura con quattro presenze in lista e l’arte con tre. Insomma l’amore italico per le materie umanistiche è duro a morire.
Atenei come gli aeroporti: generano flussi Michele Meoli Stefano Paleari La pubblicazione del bilancio di sostenibilità dell’università di Bologna riporta al centro una domanda spesso sottovalutata: quanto vale un ateneo per il territorio che lo ospita? Nel caso dell’Alma Mater, il bilancio 2026 introduce per la prima volta una stima dell’impatto economico generato dalla presenza di studenti e studentesse, quantificato in oltre 808 milioni di euro complessivi annui tra Bologna e le sedi della Romagna. È un dato rilevante, perché rende visibile una parte concreta del contributo universitario: affitti, trasporti, consumi, servizi, cultura, ristorazione, commercio. Ma è anche solo il primo livello della questione. L’università, infatti, non svolge soltanto una funzione formativa e di ricerca. Produce laureati e conoscenza, ma attrae persone, competenze, investimenti, imprese e relazioni internazionali. Può quindi essere letta in analogia con alcune grandi infrastrutture territoriali non capillari, come gli aeroporti: non tutti i territori le ospitano, ma quando sono presenti modificano la geografia dei flussi. Università e aeroporti sono “modificatori di flusso”. Localizzarli in un punto o in un altro cambia il modo in cui le persone si muovono e scelgono dove vivere, studiare, investire, lavorare o fare impresa. A differenza di funzioni pubbliche più diffuse (uffici, scuole, Asl) operano per bacini di attrazione selettivi: vengono scelti, entro certi limiti, e questa scelta genera mobilità. Anche l’impatto può essere letto con categorie simili a quelle aeroportuali: diretto, indiretto, indotto e catalitico. Nel caso degli atenei, i primi tre rinviano a personale, studenti, appalti, investimenti, consumi, servizi, edilizia, tecnologia, consulenza, trasporti e spesa di chi vive nell’ecosistema universitario. Il livello più rilevante resta però spesso catalitico: la capacità di accrescere attrattività, capitale umano, imprenditorialità, qualità della vita e reti internazionali. Nel mondo anglosassone questo approccio è consolidato: Universities Uk e London Economics stimano per le università britanniche un contributo annuo superiore a 265 miliardi di sterline. Il confronto con l’Italia è eclatante: proiettando gli 808 milioni annui stimati da Bologna sull’intero sistema universitario, in proporzione al peso dell’ateneo sul Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), circa il 5,6%, si ottengono circa 14,5 miliardi. I due valori non sono direttamente comparabili, perché modelli universitari, finanziamento, presenza internazionale e metodologie sono molto diversi. Ma proprio questo scarto suggerisce la necessità di analizzare in modo più approfondito l’impatto economico e territoriale delle università italiane. In questa direzione va anche il quinto Rapporto Mheo, che parla di “University Factor” (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 22 febbraio) e propone metriche su impatto socioeconomico, sostenibilità, brevetti, spin-off, università civiche, finanza pubblica e condizioni degli studenti. La dimensione territoriale è decisiva. In una grande area metropolitana l’ateneo si innesta in un ecosistema già denso; in un’area fragile può essere una delle poche infrastrutture capaci di trattenere giovani, attrarre studenti, creare domanda qualificata, rafforzare capitale umano e stimolare nuove attività. In altre parole, può contribuire a evitare il declino territoriale.Per questo l’impatto economico delle università non dovrebbe essere letto solo come spesa generata nel breve periodo. Il contributo degli studenti è importante perché è immediato e misurabile. Ma un’università può cambiare le traiettorie di sviluppo dei luoghi. Un laureato che resta, un’impresa che nasce, un ricercatore che collabora con il sistema produttivo, una Pa che assorbe competenze, una città che diventa più attrattiva: sono tutti effetti meno quantificabili, ma spesso più durevoli. L’università, dunque, per lo Stato non è soltanto un capitolo di spesa pubblica. È un’infrastruttura territoriale che produce conoscenza, ma soprattutto modifica flussi: di persone, competenze, investimenti, relazioni e opportunità. Ed è proprio nelle aree più svantaggiate del Paese che questa funzione può generare il rendimento sociale più alto.
Atenei come gli aeroporti: generano flussi Michele Meoli Stefano Paleari La pubblicazione del bilancio di sostenibilità dell’università di Bologna riporta al centro una domanda spesso sottovalutata: quanto vale un ateneo per il territorio che lo ospita? Nel caso dell’Alma Mater, il bilancio 2026 introduce per la prima volta una stima dell’impatto economico generato dalla presenza di studenti e studentesse, quantificato in oltre 808 milioni di euro complessivi annui tra Bologna e le sedi della Romagna. È un dato rilevante, perché rende visibile una parte concreta del contributo universitario: affitti, trasporti, consumi, servizi, cultura, ristorazione, commercio. Ma è anche solo il primo livello della questione. L’università, infatti, non svolge soltanto una funzione formativa e di ricerca. Produce laureati e conoscenza, ma attrae persone, competenze, investimenti, imprese e relazioni internazionali. Può quindi essere letta in analogia con alcune grandi infrastrutture territoriali non capillari, come gli aeroporti: non tutti i territori le ospitano, ma quando sono presenti modificano la geografia dei flussi. Università e aeroporti sono “modificatori di flusso”. Localizzarli in un punto o in un altro cambia il modo in cui le persone si muovono e scelgono dove vivere, studiare, investire, lavorare o fare impresa. A differenza di funzioni pubbliche più diffuse (uffici, scuole, Asl) operano per bacini di attrazione selettivi: vengono scelti, entro certi limiti, e questa scelta genera mobilità. Anche l’impatto può essere letto con categorie simili a quelle aeroportuali: diretto, indiretto, indotto e catalitico. Nel caso degli atenei, i primi tre rinviano a personale, studenti, appalti, investimenti, consumi, servizi, edilizia, tecnologia, consulenza, trasporti e spesa di chi vive nell’ecosistema universitario. Il livello più rilevante resta però spesso catalitico: la capacità di accrescere attrattività, capitale umano, imprenditorialità, qualità della vita e reti internazionali. Nel mondo anglosassone questo approccio è consolidato: Universities Uk e London Economics stimano per le università britanniche un contributo annuo superiore a 265 miliardi di sterline. Il confronto con l’Italia è eclatante: proiettando gli 808 milioni annui stimati da Bologna sull’intero sistema universitario, in proporzione al peso dell’ateneo sul Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), circa il 5,6%, si ottengono circa 14,5 miliardi. I due valori non sono direttamente comparabili, perché modelli universitari, finanziamento, presenza internazionale e metodologie sono molto diversi. Ma proprio questo scarto suggerisce la necessità di analizzare in modo più approfondito l’impatto economico e territoriale delle università italiane. In questa direzione va anche il quinto Rapporto Mheo, che parla di “University Factor” (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 22 febbraio) e propone metriche su impatto socioeconomico, sostenibilità, brevetti, spin-off, università civiche, finanza pubblica e condizioni degli studenti. La dimensione territoriale è decisiva. In una grande area metropolitana l’ateneo si innesta in un ecosistema già denso; in un’area fragile può essere una delle poche infrastrutture capaci di trattenere giovani, attrarre studenti, creare domanda qualificata, rafforzare capitale umano e stimolare nuove attività. In altre parole, può contribuire a evitare il declino territoriale.Per questo l’impatto economico delle università non dovrebbe essere letto solo come spesa generata nel breve periodo. Il contributo degli studenti è importante perché è immediato e misurabile. Ma un’università può cambiare le traiettorie di sviluppo dei luoghi. Un laureato che resta, un’impresa che nasce, un ricercatore che collabora con il sistema produttivo, una Pa che assorbe competenze, una città che diventa più attrattiva: sono tutti effetti meno quantificabili, ma spesso più durevoli. L’università, dunque, per lo Stato non è soltanto un capitolo di spesa pubblica. È un’infrastruttura territoriale che produce conoscenza, ma soprattutto modifica flussi: di persone, competenze, investimenti, relazioni e opportunità. Ed è proprio nelle aree più svantaggiate del Paese che questa funzione può generare il rendimento sociale più alto.
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